Virgilio, Eneide

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Eneide

Libro I

Quell'io che già tra selve e tra pastori / di Titiro sonai l'umil sampogna, / e che, de' boschi uscendo. a mano a mano / fei pingui e cólti i campi, e pieni i vóti / d'ogn'ingordo colono, opra che forse / agli agricoli è grata; ora di Marte / L'armi canto e 'l valor del grand'eroe / che pria da Troia, per destino, a i liti / d'Italia e di Lavinio errando venne; / e quanto errò, quanto sofferse, in quanti / e di terra e di mar perigli incorse, / come il traea l'insuperabil forza / del cielo, e di Giunon l'ira tenace; / e con che dura e sanguinosa guerra / fondò la sua cittade, e gli suoi dèi / ripose in Lazio: onde cotanto crebbe / il nome de' Latini, il regno d'Alba, / e le mura e l'imperio alto di Roma.

Libro II

Stavan taciti, attenti e disïosi / d'udir già tutti, quando il padre Enea / in sé raccolto, a cosí dir da l'alta / sua sponda incominciò: «Dogliosa istoria / e d'amara e d'orribil rimembranza, / regina eccelsa, a raccontar m'inviti: / come la già possente e glorïosa / mia patria, or di pietà degna e di pianto, / fosse per man de' Greci arsa e distrutta.

Libro III

«Poi che fu d'Asia il glorïoso regno / e 'l suo re seco e 'l suo legnaggio tutto, / com'al cielo piacque, indegnamente estinto, / Ilio abbattuto e la nettunia Troia / desolata e combusta; i santi augúri / spïando, a vari esigli, a varie terre / per ricovro di noi pensando andammo: / e ne la Frigia stessa, a piè d'Antandro, / ne' monti d'Ida, a fabbricar ne demmo / la nostra armata, non ben certi ancóra / ove il ciel ne chiamasse, e quale altrove / ne desse altro ricetto.

Libro IV

Ma la regina d'amoroso strale / già punta il core, e ne le vene accesa / d'occulto foco, intanto arde e si sface; / e de l'amato Enea fra sé volgendo / il legnaggio, il valore, il senno, l'opre, / e quel che piú le sta ne l'alma impresso, / soave ragionar, dolce sembiante, / tutta notte ne pensa e mai non dorme.

Libro V

Intanto Enea, spinto dal vento in alto, / veleggiava a dilungo; e pur con gli occhi, / da la forza d'amor rivolto indietro, / rimirava a Cartago.

Libro VI

Cosí piangendo disse: e navigando / di Cuma in vèr l'euboïca riviera / si spinse a tutto corso, onde ben tosto / vi furon sopra, e v'approdaro alfine. / Volser le prue, gittâr l'ancore; e i legni, / sí come stêro un dopo l'altro in fila, / di lungo tratto ricovrîr la riva.

Libro VII

Ed ancor tu, d'Enea fida nutrice / Caieta, ai nostri liti eterna fama / desti morendo; ed essi anco a te diêro / sede onorata, se d'onore a' morti / è d'aver l'ossa consecrate e 'l nome / ne la famosa Esperia.

Libro VIII

Poscia che di Laurento in su la ròcca / fe' Turno inalberar di guerra il segno, / e che guerra sonâr le roche trombe, / spinti i carri e i destrieri, e l'armi scosse / di Marte al tempio, incontinente i cuori / si turbâr tutti, e tutto il Lazio insieme / con súbito tumulto si ristrinse.

Libro IX

Mentre cosí de' suoi scevro e lontano, / Enea fa d'armi e di sussidi acquisto, / Giuno di concitar la furia e l'ira / di Turno unqua non resta.

Libro X

Aprissi la magion celeste intanto, / e del cielo il gran padre in cima ascese / del suo cerchio stellato.

Libro XI

Passò la notte intanto, e già dal mare / sorgea l'Aurora.

Libro XII

Turno, poscia che vede afflitti e domi / già due volte i Latini, e non pur scemi / di forze, ma di speme e di baldanza, / da lui farsi rubelli, e che a lui solo / ognun rivolto in tanto affare attende / le pruove, le promesse e i vanti suoi, / furïoso, implacabile, inquïeto / arde, s'inanimisce, e si rinfranca / prima in se stesso.

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